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Riso Bomba: la soluzione perfetta per la paella valenciana

Dopo una bella vacanza in Spagna, a tutti viene voglia di preparare un bel piatto di paella in ricordo dei sapori che si ha avuto modo di provare, in ricordo di quelle bellissime giornate ormai diventate indimenticabili, indelebili nella memoria. Peccato che la paella che si riesce a preparare a casa non abbia mai lo stesso identico sapore di quella gustata in vacanza. Peccato che assomigli un po’ troppo al nostro risotto.

Come mai? Il problema è che tutti sbagliano a scegliere il riso da utilizzare. È infatti necessario utilizzare un riso ben preciso, se si desidera ottenere una paella spagnola semplicemente impeccabile. Ma qual è il riso migliore per paella allora? Il riso Bomba.

La paella valenciana e le altre tipologie di paella

Non sappiamo quali siano i sapori che avete avuto modo di provare in vacanza. Di paella infatti ne esistono molte diverse tipologie, tutte tra l’altro buonissime. Quel che ci teniamo a ricordare è che la ricetta originale è quella della paella valenciana, la più antica e tradizionale.

La paella valenciana è a base di carne, di solito di pollo e di coniglio. Più in generale, si tende ad utilizzare la carne che si ha a disposizione, quella più povera, gli avanzi. Non mancano coloro che amano aggiungere anche delle lumache. Inoltre sono presenti nella paella valenciana tutte le migliori verdure di stagione. Immancabile lo zafferano, ovvio, ma anche un bel rametto di rosmarino.

Come è facile capire dalle affermazioni che abbiamo appena avuto modo di fare si tratta di un piatto molto povero, che affonda le sue radici nella cultura rurale. Sì, sono stati i contadini e i pastori ad inventarlo, un piatto preparato con ciò che avevano a disposizione, da portare con sé durante le lunghe giornate nei campi o al pascolo, di semplice conservazione e che offrisse loro tutto il sostentamento di cui avevano bisogno.

Poi nel corso degli anni ne sono state inventate molte altre versioni. La paella di mare è la versione in assoluto più famosa, così come quella che prevede sia pesce che cane insieme. Oggi è anche possibile gustare ottimi piatti di paella vegetariana in Spagna.

Il riso bomba, la soluzione perfetta per la paella

Per la preparazione della paella valenciana, ma anche per la preparazione in realtà di ogni altra tipologia di paella, è bene scegliere il riso Bomba. Questa è una varietà di riso davvero speciale, che ha un basso contenuto di amido e che riesce ad assorbire in modo impeccabile l’acqua. Il bello di questo riso è che i chicchi restano ben separati tra loro, anche dopo una lunga cottura. È proprio questa la caratteristica più importante che il riso per paella deve avere. Altrimenti appunto quel che ne risulta è un mero risotto.

Non solo, il riso Bomba assorbe in modo impeccabile anche tutti i sapori che entrano in gioco nella ricetta. Ad ogni boccone, ecco che è possibile sentire tutta la ricchezza della paella quindi. Il riso bomba, giusto ricordarlo, è a chicchi molto piccoli e di colore bianco perla. Assorbe benissimo anche lo zafferano, diventando dopo la cottura di un giallo/arancione intenso, brillante.

Acquistare il riso bomba: è semplice?

Adesso che sappiamo quale sia il migliore riso per la paella, viene naturale chiedersi se sia semplice scovarlo nei negozi della città. No, non è affatto semplice. Anzi potremmo dire che è praticamente impossibile riuscire a trovare il riso Bomba nei supermercati o negli alimentari cittadini qui da noi in Italia.

Il riso Bomba però può essere acquistato direttamente online presso rivenditori specializzati. Il costo in media è di 5,50, massimo 6 euro al chilo. È possibile risparmiare un po’ acquistando un pacco da più chilogrammi, cosa questa che peraltro consigliamo così da avere una bella scorta a disposizione per ogni ricetta spagnola venga in mente di preparare.

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Bambini

Le curve di crescita: il bambino sta crescendo bene?

La valutazione della crescita del bambino nei primi anni di vita ci dà la possibilità di avere informazioni sul suo stato di salute, nonché sull’appropriatezza del regime nutrizionale intrapreso. Per questo motivo ci vengono in soccorso le curve di crescita, un sistema strutturato per valutare facilmente se il piccolo ha una tendenza di crescita regolare e, in caso di necessità, correggere eventuali comportamenti alimentari scorretti. In questo articolo vedremo cosa sono le curve di crescita del bambino e come interpretarle nella maniera giusta.

Cosa sono le curve di crescita?

Si tratta di una curva che rappresenta graficamente l’incremento nel tempo di alcuni parametri quali altezza, peso, BMI (indice di massa corporea) e circonferenza del cranio. Normalmente la pendenza della curva cambia in base alla specifica fase della vita in cui il bambino si trova, con una ripida salita nei primi 3 mesi, seguita da un rallentamento nell’infanzia. Un secondo picco si registra in età adolescenziale seguito da un nuovo rallentamento, fino al raggiungimento della stabilità che rappresenta l’altezza definitiva.

A partire dagli anni settanta, le curve di crescita sono state create a partire da una raccolta di dati da varie popolazioni pediatriche. Dai risultati ottenuti si sono disegnati questi grafici, con i quali è possibile confrontare la tendenza di crescita del proprio bambino. Le curve sono differenziate per fasce d’età, a seconda che il bambino sia maschio o femmina e in base ai differenti parametri (altezza, peso, ecc). Esistono inoltre curve specifiche per alcune condizioni particolari, quali bambini nati prematuri, Sindrome di Down, Sindrome di Turner e molte altre. È possibile consultare e scaricare le curve di crescita dal sito ufficiale dell’OMS.

Come utilizzare le tabelle di crescita

La prima cosa da fare è scaricare le tabelle di crescita. A questo punto sarà possibile disegnare la propria curva, così da poterla confrontare con i grafici di riferimento. In asse delle ascisse (orizzontalmente) è riportata l’età del bambino, mentre l’asse delle ordinate (orientamento verticale) mostra il parametro antropometrico di riferimento. Tutto ciò che occorre fare è incrociare i due valori e segnare il punto ottenuto all’interno del grafico. Continuando a segnare nel tempo i punti, si otterrà una curva confrontabile con l’andamento della curva di crescita di riferimento.

È bene sapere che nel primo anno di vita il parametro principe da valutare sarà il peso, essenzialmente per due motivi: il primo è che il peso cresce più rapidamente dell’altezza nel primo anno, quindi un’alterazione della curva di peso sarà più rilevante rispetto ad un rallentamento dell’aumento di statura. Il secondo è che, finché il piccolo non acquisirà la posizione eretta, sarà difficile avere una misurazione accurata della sua statura.

L’importante è la costanza

Sicuramente le curve di crescita sono un ottimo strumento per farsi un’idea di come stia avvenendo l’accrescimento del piccolo, ma bisogna considerare che si tratta di metodi standardizzati e che ogni individuo è diverso dall’altro. Ciò che conta più di ogni altra cosa è constatare che l’incremento di peso (prima) e quello in altezza (poi), si mantengano costanti nel tempo e non subiscano delle brusche battute di arresto che potrebbero richiedere ulteriori approfondimenti.

È comunque sempre compito del pediatra esprimere la sua analisi delle curve di crescita, considerando lo stato di salute generale del bambino, la sua alimentazione e qualsiasi altro elemento utile per una visione quanto più completa del suo sviluppo.

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Mamma

Latte di soia in gravidanza: benefici e controindicazioni

Quando una donna è in dolce attesa viene assalita da un sacco di domande, molte delle quali riguardano le abitudini alimentari e i cibi che sia più o meno opportuno consumare in questo delicato momento della vita. Diversi sono infatti gli alimenti benefici per la futura mamma e per il nascituro ma altrettanti possono nascondere sgraditi effetti collaterali che è bene conoscere prima di iniziarne l’assunzione. In questo articolo ci occuperemo del latte di soia, molto consigliato da diversi specialisti del settore. Ma fa bene il latte di soia in gravidanza? È sicuro? Scopriamolo insieme.

I nutrienti del latte di soia: un carburante per la gravidanza

Il latte di soia possiede diverse proprietà che lo rendono un alimento fortemente consigliabile durante il periodo della gravidanza. Esse intervengono attivamente nel buon bilancio nutritivo del feto, garantendone un corretto sviluppo in tutte le sue fasi.

Sicuramente l’elevato contenuto di calcio è una caratteristica fondamentale di questa bevanda, così da renderla molto indicata per il periodo della gestazione. Questo nutriente è essenziale per la corretta formazione dell’apparato scheletrico e dentario del nascituro, nonché utilissimo per lo sviluppo di una muscolatura solida e forte. Inoltre, da un recente studio condotto negli Stati Uniti dall’Associazione delle Donne in Gravidanza, emerge che il calcio contribuisca anche a contrastare la formazione di trombi e coaguli nel sangue. Questa è una condizione favorita dalla gravidanza la quale, in alcuni casi, può portare a complicanze a volte anche molto gravi.

Ci sono poi altri nutrienti di cui il latte di soia normalmente sarebbe privo, ma di cui viene arricchito prima di essere commercializzato. Si tratta del ferro, utilissimo nella corretta formazione dei globuli rossi nel feto nonché per l’ottimale trasporto di ossigeno nel sangue materno. È ricco di vitamina B12, anch’essa fondamentale per il corretto sviluppo dei globuli rossi, di vitamina A, coinvolta nel corretto sviluppo degli occhi e di vitamina D, anch’essa implicata nella crescita ossea.

Latte di soia o latte vaccino? Le differenze

Il dilemma che si apre sempre di fronte ad un alimento che sia un “surrogato” vegetale di un prodotto di origine animale è capire quali siano le similitudini e quali le differenze. Il latte di soia contiene originariamente meno nutrienti del latte vaccino; come già detto però, essi vengono addizionati, garantendo un apporto proteico, nutritivo e vitaminico equivalente a quello del latte di mucca.

Ciò che varia è sicuramente il contenuto in grassi saturi, nettamente inferiore nel latte di soia. Questa caratteristica rende sicuramente quest’ultimo più appetibile durante la gravidanza, periodo nel quale le oscillazioni di peso possono essere contrastate con un’alimentazione controllata e non eccessivamente grassa.

Quali sono le controindicazioni

Gli effetti collaterali in gravidanza sono molto rari, per lo più legati alla presenza di fitoestrogeni, la cui dannosità resta attualmente non dimostrata. Inoltre, essi sono presenti in quasi tutti i legumi e non sono esclusivi del latte di soia. L’unico altro effetto collaterale potrebbe essere un’eventuale intolleranza agli isoflavonoidi della soia: una reazione allergica potrebbe manifestarsi con nausea, difficoltà respiratoria o gonfiore. Si tratta in ogni caso di effetti temporanei e che svaniscono con l’esclusione dell’alimento dalla dieta.

Se si decide di assumere costantemente latte di soia in gravidanza (così come per qualsiasi altro alimento) è comunque sempre consigliato richiedere l’opinione del proprio medico.

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Viaggi Family

Viaggiare in camper con bambini: cosa c’è da sapere

Più che un semplice mezzo di trasporto, il camper rappresenta una filosofia di vita, nonché un modo per affrontare le vacanze in maniera anticonvenzionale. Questo mezzo di trasporto non lascia spazio a troppi compromessi: in tal senso si può dire che si nasce camperisti nell’animo e che per alcuni risulta difficile abituarsi a questa concezione di viaggio. Anche nel caso dei camperisti più convinti, quando la vita subisce cambiamenti importanti, non sempre si riesce a mantenere lo stesso stile di vita. Ciò si verifica in particolar modo quando si forma una famiglia e, nonostante si sia abituati a spostarsi in libertà, ci si pone la domanda di come viaggiare in camper con bambini, magari anche molto piccoli. All’interno di questo approfondimento vedremo gli aspetti positivi e negativi delle vacanze in camper con i più piccoli, offrendo anche qualche spunto utile e pratico a quanti fossero interessati a questo tipo di vacanze.

I vantaggi del viaggiare in camper con bambini

Sono molti gli aspetti positivi del viaggiare in camper con i bambini, ma uno dei principali deriva dal senso di libertà che questo veicolo consente agli adulti di provare e che va a beneficio anche dei più piccoli. Non essendo legati a orari di strutture ricettive per mangiare o a spazi condivisi con altri quando si devono gestire momenti di difficoltà, il camper offre privacy e autonomia per poter plasmare la vacanza secondo le abitudini dei bambini. Viaggiare in camper con i più piccoli vuol dire infatti non dover rispettare vincoli e fare di tutto per mettere i bambini a loro agio, insegnando loro organizzazione e autosufficienza. Inoltre, il camper si presta bene anche per organizzare vacanze le cui mete sono le classiche amate dai più piccoli. Il camper è perfetto per visitare parchi divertimento, zoo safari e tante altre strutture attrezzate con tutto ciò che una famiglia di camperisti può desiderare.

Camper con bambini: trasformare potenziali problemi in opportunità

L’esperienza del camper in famiglia può portare a una connessione maggiore tra le persone, che hanno così modo di legare davvero. Tuttavia, il carattere spartano di questo mezzo di trasporto comporta qualche difficoltà. Infatti, viaggiare in camper comporta il doversi abituare a spazi ristretti già senza bambini: fare i conti con pochissimi metri quadrati implica il razionalizzare movimenti e abitudini, aspetto che non è altrettanto semplice da far comprendere a bambini piccoli che hanno bisogno di libertà e movimento. Da questo punto di vista può venire in aiuto la concezione stessa del viaggio in camper: la filosofia del camperista vuole che il viaggio sia un’esperienza. Lo stesso può valere per i più piccoli: ecco dunque che accentuare tutti i potenziali lati ludici può aiutare i bambini a vivere il un camper come una continua scoperta. Ne saranno entusiasti e affronteranno anche i momenti di stanchezza o di insofferenza in maniera costruttiva. Certo, si richiede un po’ di impegno ai genitori, ma con un po’ di fantasia creare un angolo solo per i bambini, magari nel letto matrimoniale in coda, darà loro un’area gioco protetta e un po’ di respiro agli adulti. Infine, quando si viaggia con neonati, si dovrà prestare particolare attenzione a organizzare lo spazio in maniera razionale, assicurandosi di coprire con paracolpi tutte le pareti e sfruttare ogni angolo dei gavoni in modo tale da avere abbastanza spazio per muoversi nell’abitacolo.

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Mamma

Come abortire: tutto quello da sapere

Una gravidanza inattesa o non voluta ha come conseguenza in alcuni casi l’aborto volontario. In Italia, l’interruzione della gravidanza è regolata dalla Legge 194 promulgata nel 1978. Prima di allora, invece, le donne che decidevano di abortire si macchiavano di un reato penale. A distanza di anni, l’aborto è diventato un diritto di scelta ineludibile per l’universo femminile, sebbene in molti Paesi non sia ancora lo stesso. In questo articolo approfondiremo il tema su come abortire, illustrando tutte le informazioni più importanti da conoscere sull’argomento.

Come abortire: colloquio con il proprio medico, tempi e costi

Una volta che si è certe di aspettare un bambino e confermata la decisione di abortire, è indispensabile rivolgersi il prima possibile al proprio medico di fiducia per comunicare la scelta: si riceverà un certificato, con il quale ci si potrà presentare entro 90 giorni in qualunque struttura pubblica o privata per l’aborto volontario. Nel caso si sia minorenni, è richiesta l’autorizzazione di uno dei due genitori o di un eventuale tutore legale. Dopo il rilascio del certificato, si hanno a disposizione sette giorni di riflessione. La maggior parte delle volte, le donne si rivolgono anche a un Centro di IVG (interruzione volontaria gravidanza) del proprio comune, a un ginecologo oppure a un consultorio. Un’altra cosa importante da sapere è il costo: l’aborto volontario in un ospedale pubblico è gratuito.

Aborto chirurgico

L’aborto chirurgico rientra tra le modalità dell’interruzione volontaria di gravidanza. Gli interventi legati a questa tipologia di aborto cambiano in base al numero di settimane di gestazione. Infatti, in caso di aborto nelle prime 8 settimane i due interventi praticati sono lo svuotamento strutturale (il più diffuso) e l’isterosuzione. Tra l’ottava e dodicesima settimana, quando cioè il feto presenta dimensioni maggiori rispetto a quelle delle prime otto settimane, l’intervento prevede la dilatazione della cervice. A differenza degli altri, si tratta di un intervento più invasivo, per il quale viene praticata l’anestesia locale (in casi specifici anche quella totale). Nel caso si scelga di intervenire dopo la dodicesima settimana, l’operazione consiste nella dilatazione meccanica della cervice e nel successivo svuotamento (vengono aspirati sia il liquido amniotico che la placenta). Quest’ultimo intervento è realizzato esclusivamente quando il feto presenta delle gravi malformazioni e ci siano rischi concreti per la saluta della paziente.

Aborto farmacologico

Esiste poi una seconda tipologia di interruzione volontaria della gravidanza: l’aborto farmacologico. Come dice la parola stessa, si tratta di un aborto che non richiede alcun intervento chirurgico ma il semplice utilizzo di una pillola abortiva (la famosa RU486). Grazie alla presenza di uno steroide chimico (l’ormone mifepristone), la pillola procura un aborto chimico. Utilizzata in passato per i casi di aborto in presenza della sindrome di Cushing, la pillola RU486 è stata liberalizzata ufficialmente nel 2009, entrando in commercio un anno più tardi. In molti tendono ancora a confonderla con la pillola del giorno dopo, quando in realtà si tratta di due farmaci molto diversi tra loro. Infatti, la pillola del giorno dopo agisce in modo che l’ovulo fecondato non entri nella cavità uterina, rendendo di fatto impossibile l’annidamento e l’inizio della gravidanza stessa (non causa dunque di per sé un aborto). Al contrario, la pillola abortiva agisce in presenza sia dell’annidamento che del concepimento stesso, portando al vero aborto. È importante infine ricordare come l’impiego della RU486 è consentito soltanto entro i primi due mesi di gravidanza.

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Bambini

Incertezze sullo svezzamento 4 mesi

Con il termine “svezzamento” si intende di solito il momento in cui il neonato non viene più allattato al seno, ma incomincia a nutrirsi con alimenti differenti dal latte materno.

Il regime nutritivo misto, comprendente cibi semi-solidi o solidi, può essere introdotto in differenti momenti della vita del bambino: a questo proposito sussistono delle incertezze sulla validità dello svezzamento 4 mesi in quanto molti pediatri ritengono che sia preferibile posticipare questo passaggio.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, raccomanda di proseguire la nutrizione con latte materno almeno fino a 6 mesi, per consentire al neonato di acquisire anticorpi materni e quindi di migliorare la sua reattività immunitaria.

I fattori che determinano il momento più idoneo per questo mutamento di alimentazione sono rapportabili al livello di sviluppo del singolo neonato e quindi possono variare da soggetto a soggetto.

Quando è consigliabile lo svezzamento 4 mesi

Si può affermare che un bambino sia pronto per lo svezzamento nel momento in cui raggiunge tutte le competenze fisiologiche necessarie per la maturità digestiva.

Questa tappa di solito viene completata intorno a 4 mesi, anche se alcuni lattanti devono arrivare almeno a 6 mesi per essere in grado di nutrirsi con cibi differenti dal latte della mamma.

Bisogna inoltre che il piccolo sia capace di controllare il tronco in modo tale da mantenere un minimo di appoggio, oltre che di mostrare il desiderio di masticare piuttosto che succhiare.

Pertanto è consigliabile avviare lo svezzamento 4 mesi qualora siano presenti tutte queste condizioni favorevoli poiché, in caso contrario, il neonato non riesce a nutrirsi adeguatamente.

Come iniziare lo svezzamento

Generalmente è necessario che il bambino si senta stimolato a provare interesse verso alimenti nuovi, e questa situazione si verifica nel momento in cui gli capita di rimanere sveglio più a lungo, partecipando più attivamente alla vita famigliare.

Quando infatti egli incomincia a prendere contatto con i cibi degli adulti, che si trovano disposti sulla tavola, è facile che la sua curiosità venga stimolata e che quindi mostri interesse per assaggiarli.
Di norma questa fase avviene intorno ai 6-8 mesi di vita.

A un certo punto, quando il bambino tende le mani verso il cibo, è arrivato il momento per fargli assaggiare alimenti solidi che gradualmente e con tempistiche variabili andranno a sostituire il latte.

In che cosa consiste l’autosvezzamento

Tutti i bambini, anche se ognuno con i suoi modi e i suoi tempi, incominciano ad assaggiare il cibo presente sulla tavola e quindi si “autosvezzano”, iniziando autonomamente un percorso che deve comunque essere gestito dai genitori.

Per autosvezzamento si intende quindi il desiderio del neonato di modificare il proprio regime dietetico in seguito a stimolazioni psicologiche.

È molto importante fare affidamento sulla capacità di autoregolazione del bambino che rimane il principale responsabile della sua alimentazione.

Partendo dal presupposto che non esiste un’età ideale per lo svezzamento, la tendenza comune attualmente più seguita è quella di posticipare questo momento dopo i 4 mesi, per arrivare almeno ai 6 mesi, un periodo in cui incomincia a farsi strada il desiderio di autosvezzamento.

Crescita del bambino durante lo svezzamento

Bisogna tenere conto del fatto che tra i 2 e i 3 mesi il lattante subisce un fisiologico rallentamento nella crescita, evento che spesso mette in allarme i genitori facendoli scegliere lo svezzamento 4 mesi.

In realtà un cambiamento di abitudini alimentari non sempre si rivela vantaggioso, ma in alcuni casi può essere addirittura nocivo.

Pertanto il presupposto principale per decidere quando incominciare a svezzare il bambino rimane sempre il suo desiderio di provare nuove esperienze sensoriali, come appunto il gusto.

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Approfondimenti

Adozione a distanza di un bambino: come funziona la procedura

Ogni giorno in televisione o in rete vengono trasmesse pubblicità che parlano di adozione a distanza. Nella totalità dei casi, lo spot pubblicitario prevede la presenza di uno o più bambini che vivono in contesti di povertà assoluta e di estrema difficoltà sociale, spesso orfani e senza una famiglia alle spalle. Al termine della pubblicità viene chiesto un impegno concreto da parte delle persone che stanno guardando la televisione o il computer: un contributo in denaro fisso ogni mese per sostenere la crescita e lo sviluppo del bambino (o della sua famiglia o dell’intera comunità), così da permettergli di avere un futuro migliore. A seguire un breve approfondimento su come funziona l’adozione a distanza, con tutto quello che c’è da sapere sull’argomento.

Cos’è l’adozione a distanza

L’adozione a distanza si fonda su un sostegno economico fisso da parte di una famiglia o una singola persona nei confronti di un bambino che continuerà a vivere nel suo Paese. Il contributo mensile sarà destinato alla spesa alimentare, allo studio e alla sua formazione all’interno della comunità in cui vive. Come dice la parola stessa, questa tipologia di adozione non prevede l’arrivo del bambino adottato all’interno della propria abitazione, ma unicamente un sostegno economico. Negli ultimi anni, l’adozione a distanza è stata allargata anche a cani, gatti e altri animali.

Quali sono le organizzazioni non profit più famose che gestiscono l’adozione a distanza?

Dietro all’adozione a distanza c’è un’organizzazione non profit che ha il compito di individuare il bambino o la bambina che ha più bisogno di aiuto in una determinata comunità. È poi sempre questa organizzazione che gestisce il denaro ricevuto dalla famiglia adottiva. Tra le onlus più famose si possono annoverare la Comunità di Sant’Egidio, Save The Children, Avis, Amref, l’Albero della Vita, Aiutare i Bambini, Sos Villaggi dei Bambini, Actionaid. Tutte le organizzazioni citate qui sopra operano in base a quelli che sono i precetti del Ministero degli Affari Esteri.

Quante tipologie di adozione a distanza esistono?

L’adozione a distanza può essere finalizzata al sostegno economico del bambino, della sua famiglia o della comunità in cui vive. Quest’ultima forma di adozione sta prendendo sempre più piede tra le organizzazioni non profit italiane e straniere. Dietro a un contributo mensile maggiore (in genere tra i 20 e 30 euro al mese), viene offerto un sostegno non soltanto al bambino e alla sua famiglia, ma anche all’intera comunità, andando a finanziare ad esempio la costruzione di un ospedale, una scuola o un pozzo. In questo caso, dunque, l’adozione del bambino è fortemente simbolica: in realtà si sta aiutando tutto il paese in cui vive.

Come adottare un bambino a distanza

In primis bisogna scegliere la onlus a cui affidarsi per l’adozione a distanza. Il secondo passo consiste nella compilazione del modulo di attivazione. Di solito, il documento può essere scaricato agevolmente dal sito ufficiale della stessa organizzazione. A questo punto, la onlus sceglie il bambino o la bambina idonea per l’adozione a distanza, iniziando successivamente a inviare alla famiglia adottiva sia le foto che tutte le informazioni più importanti su quella che è stata la sua vita fino a quel momento e sulla sua comunità. L’ultimo passo per l’attivazione dell’adozione consiste nello scegliere la frequenza con cui donare (può essere mensile, ma anche una volta ogni tre o sei mesi) e la modalità di pagamento (nella maggior parte dei casi si fa riferimento alla domiciliazione bancaria o al bollettino postale). È tutto: da questo momento l’adozione a distanza è attiva.

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Bambini

Ragazze alla pari: cosa significa e come funziona

L’assunzione di una ragazza alla pari rappresenta un metodo valido per i genitori che desiderano un aiuto in casa oltre a dare l’opportunità ai propri figli d’imparare una lingua e una cultura differente con una persona madrelingua. Nel territorio italiano, il lavoro alla pari, è legale e viene regolato dalla legge numero 304 approvata il 18 maggio 1973 ed è conosciuta come “Ratifica ed esecuzione degli accordi europei a proposito del collocamento alla pari”.

Una ragazza alla pari, non svolge solamente attività di babysitting e collaborazione domestica ma diviene un valore aggiunto della famiglia che li ospita apportando un arricchimento culturale notevole. Oltre a offrire un consistente aiuto in casa, i servizi delle ragazze alla pari comprendono l’insegnamento di una lingua straniera per i bambini che hanno la possibilità di dialogare con una madrelingua.

Imparare a conoscere i nomi degli oggetti che ogni giorno si utilizzano in casa oltre alle normali attività domestiche e scolastiche ma in lingua straniera faciliterà l’apprendimento spontaneo e naturale da parte di più piccoli. Un ottimo approccio verso culture diverse per i bambini che cresceranno con una mentalità più aperta verso il mondo.

Scegliere di percorrere questa strada, però, rende necessaria una certa organizzazione all’interno della famiglia, inoltre la ragazza alla pari deve avere uno spazio sufficiente per potersi trovare a suo agio nella famiglia straniera. Non si tratta di un impiego vero e proprio ma uno scambio in cui la persona che vivrà con la famiglia per un determinato tempo, farà da babysitter in cambio di vitto e alloggio. Ma cerchiamo di capire meglio come funziona e quali sono le regole di questa interessante opportunità.

Chi sono le ragazze alla pari?

Si tratta di una ragazza tra i 17 e i 30 anni di età la quale decide di partecipare a uno scambio culturale. Il suo obiettivo è imparare la lingua del paese in cui si reca o migliorare il livello di conoscenza già acquisito a scuola. Le ragazze alla pari vivono e lavorano nella stessa casa in cui abita la famiglia che le ospitano partecipando a un apposito programma.

Si tratta di nuclei familiari registrati e controllati dagli enti predisposti i quali danno la loro disponibilità a far vivere in casa loro le persone scelte in cambio di alcune mansioni. In cambio, gli ospitanti, assicurano alla ragazza alla pari una camera comoda con tutto ciò che le serve per vivere serenamente questo periodo, i pasti che consumerà con la famiglia di cui entrerà a fare parte e una paghetta ogni sette giorni oppure una volta al mese.

I doveri della ragazza alla pari sono assistere i bambini di casa aiutandoli nelle attività quotidiane, accompagnarli a scuole oltre che alle varie attività extrascolastiche come sport, musica, teatro o altro genere di occupazioni. Devono inoltre cucinare per i bambini se i genitori non ci sono, occuparsi del guardaroba dei bimbi, giocare con loro e aiutarli nei compiti.

Cosa comprende un contratto Au pair

Tutti gli accordi presi in fase di trattativa devono essere stabilite prima che le ragazze alla pari giungono nella casa in cui saranno ospitate. Le attività che dovrà svolgere dovranno essere chiaramente scritte in un apposito contratto appositamente creato per lavoratori au pair. Questo è un documento legale e riconosciuto in ogni paese europeo e deve contenere tutte le informazioni indispensabili per un rapporto di scambio culturale tra la famiglia e le candidate.

Il modello di contratto per ragazze alla pari è standard in ogni Paese della zona Schengen e specifico nei paesi extra-europei. Per sottoscrivere tale documento saranno necessari diversi documenti tra cui assicurazione sanitaria, certificato medico che attesti la buona salute e costituzione fisica, oltre alle vaccinazioni obbligatorie nel Paese in cui ci si reca.